martedì 10 marzo 2009

Largo ai giovani

Di seguito alcuni dei tratti distintivi dei giovani imprenditori delle piccole imprese italiane che emergono dal 3° Osservatorio sull’imprenditoria giovanile artigiana presentato all’Assemblea dei Giovani Imprenditori di Confartigianato organizzato a Firenze il 6 e 7 marzo.

Sono 593.645 i giovani ‘capitani’ d’impresa nelle cui mani è affidato il futuro dell’artigianato e della piccola impresa. Hanno un’età media di 35 anni, un titolo di studio medio-alto, per avviare l’impresa hanno utilizzato risorse proprie. Proseguire una tradizione familiare, per loro, viene prima dell’ambizione personale e della prospettiva di conseguire elevati guadagni.
Circa un terzo delle nuove leve dell’imprenditoria artigiana sono concentrate nel Nord, in particolare in Lombardia in Emilia-Romagna e in Veneto.
Il Sud detiene il record per il ‘tasso di giovinezza’ delle piccole imprese.
Tra i diversi settori economici è il comparto delle costruzioni quello su cui puntano maggiormente i giovani artigiani (con percentuali che toccano il 44%) ed è anche il settore che nell’ultimo anno ha fatto registrare il massimo incremento della componente imprenditoriale giovanile (+8,6%). Seguono il comparto manifatturiero (27,7%), i servizi alle persone (17,2%) e i servizi alle imprese (9,6%).





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lunedì 9 marzo 2009

Ai margini dell'attenzione

Leggo sul Corriere Economia di oggi un piccolo intervento di Giuseppe Sarcina, giornalista del Corriere della Sera.
Nel ricordare il preoccupante dato diffuso dall'INPS relativo alle ore di cassa integrazione che, rispetto al mese di febbraio 2008, sono aumentate del 553%, Sarcina sottolinea come sia dall'opposizione, sia dalla maggioranza non siano partite proposte in favore delle PMI, fino a qualche mese fa corteggiate da entrambe.
E conclude "nelle imprese con meno di 15 dipendenti la cassa integrazione straordinaria non è prevista per legge. E le piccole sprofondano, quando non chiudono, nel silenzio".

venerdì 6 marzo 2009

La prova del nove


Dopo aver asserito, al termine del Consiglio dei ministri, che quella che stiamo vivendo "è una crisi pesante, ma non tragica" e che "è dannoso per l'interesse di tutti noi se i media rappresentano questa crisi come tragica", Silvio Berlusconi ha annunciato il via libera a ulteriori fondi per gli ammortizzatori sociali per un totale di 9 miliardi di euro (4 stanziati subito; 4 delle Regioni; 1 della Finanziaria). Ha poi aggiunto che l'assegno di disoccupazione allargato proposto da Franceschini "sarebbe una licenza di licenziare".

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giovedì 5 marzo 2009

Crisi, aziende e banche

Due imprenditori lucani hanno inviato una lettera a "Pronto Gazzetta", rubrica che raccoglie le denunce dei lettori de La Gazzetta del Mezzogiorno, per raccontare una storia nella quale sicuramente molte altre aziende si potrebbero riconoscere.

Di seguito il testo integrale

Il Sud che non cresce e che non crescerà mai, se non cambia il sistema di accesso al credito. Siamo due artigiani della categoria piccole e medie imprese della provincia di Matera, vi raccontiamo la nostra storia in breve. Dall’età di 14 anni abbiamo inziato a lavorare da apprendisti, ad imparare il mestiere e, negli anni ‘80, decidemmo di intraprendere un’attività in proprio. Abbiamo acquistato i macchinari ed attrezzature con cambiali, le abbiamo onorate e lavoravamo, consegnavamo i prodotti finiti con l’autovettura con su il portabagagli. Poi, con l’incremento del lavoro, era scomodo e decidemmo di acquistare un furgone cassonato. Andammo in una banca per chiedere un finanziamento, ma ci chiesero delle garanzie («portate i vostri genitori a firmare»), ma essendo figli di operai e con casa popolare non riscattata, non si poteva fare niente.

Andammo da un concessionario Fiat, chiedemmo quanto costava il furgone e decidemmo di mettere da parte la cifra, e raccolti i soldi, lo comprammo in contanti. Pagate attrezzature, macchinari, e furgone eravamo sempre senza liquidità. Grazie a Dio si lavorava e iniziammo ad assumere qualche apprendista, poi operai ed a realizzare opere importanti. Lavoravamo con privati ed enti. Eravamo una ditta seria ed affidabile. Purtroppo, quando si inizia a crescere, con le banche, non puoi non avere a che fare. Andammo a chiedere un fido ma ci risposero che la pratica veniva accolta solo se, come per il furgone, c’erano dei garanti. Noi eravamo giovani e lavoravamo in locali in fitto e la banca non poteva aiutarci.

Prima degli anni 90, ci siamo sposati, abbiamo creato famiglie, e con tanti sacrifici abbiamo comperato casa, anche con l’aiuto dei nostri genitori. Siamo ritornati in banca, e allora la richiesta di fido è stata accettata, perché la nostre firme avevano acquistato valore. L’uso del fido era utilizzato per volano all’attività, per scadenze non rinviabili o per ritardati incassi o per pagare i dipendenti. Si lavorava e si cresceva, decidemmo di realizzare un opificio. Nei primi anni 2000 siamo riusciti a realizzarlo e ad assumere 8 dipendenti, con l’impiego di tutte le nostre risorse e con un mutuo ipotecario di 1/5 del valore dell’immobile garantito da un Consorzio di garanzia. Alla banca avevamo chiesto un mutuo di almeno 1/4 del valore dell’immobile, per avere un po’ di liquidità, ma la banca ci deliberò solo 1/5, e comunque fummo costretti ad accettare.

Quindi con le attrezzature, i macchinari, il furgone, l’opificio, i dipendenti quando siamo ripartiti eravamo come un aeroplano senza carburante. Però con la forza delle braccia e dell’intelligenza, andavamo avanti e lavoravamo tutti. Purtroppo, con la crisi, abbiamo utilizzato tutte le nostre risorse e fidi bancari per onorare i pagamenti dei dipendenti. Arrivati, come si dice, «alla punta» siamo ritornati in banca per chiedere l’aumento del fido o del mutuo, anche con ipoteca di secondo grado, tenendo presente che le rate mensili erano in regola, ma la banca non ci ha concesso niente. Interpellate altre banche locali, ci hanno risposto che è più facile ottenerlo dalla banca ipotecaria: uno scaricabarile.

Il lavoro c’era ma andavamo in affanno. Dai soldi che si incassava si pagavano le urgenze e si rimandava il resto. Siamo stati operai ed è giusto che a fine mese l’operaio venga pagato, ma fummo costretti a ritardare di pochi giorni gli stipendi e giustamente i dipendenti si lamentavano ed il loro rendimento calava. Le ore lavorative servivano non a produrre ma a discutere e, a noi, ad andare in giro a trovare soldi dai clienti che ritardavano i pagamenti o a chiedere acconti. Poi per un fido «ingessato» cioè su un conto poco movimentato e al limite (anche per insoluti di clienti) una banca dopo la lettera per il rientro ci mise a sofferenza. La sofferenza, che in poche parole è l’anticamera del fallimento, perché per effetto delle norme di Basilea 2, le altre banche non possono nemmeno aprirti un conto corrente.

Quindi nessuno ti può aiutare, come se un ammalato va in ospedale e gli rispondono, vai a casa ed aspetta che muori. Non ci siamo mai arresi, abbiamo cercato tutte le vie possibili, anche illusi da pubblicità, spot televisivi, annunci di giornali, convegni, fondo di garanzia eccetera. Perdite di tempo. Un conoscente ci consigliò di rivolgerci ad un’associazione antiusura. Facemmo la richiesta, venne approvata, ma portarono la delibera presso la banca che gestisce i fondi e questa negò l’erogazione. Il prestito era garantito all’80 per cento, quella era una banca con cui noi avevamo avuto rapporti in passato e quindi il suo 20% la banca non lo voleva rischiare. L’associazione ci consigliò di rifare la domanda, non come ditta, ma come persone fisiche, ma non avendo la busta paga, la musica era la stessa. Successivamente ci recammo presso la nostra associazione. Ci dissero: «fatela la domanda ma perdiamo solo tempo e soldi per documenti perché le banche che sono nostre concessionarie le bocciano quasi tutte le pratiche». Eppure non avevamo protesti e proprietà molto superiori alle esposizioni. Così, ci siamo recati in Prefettura, siamo stati ricevuti sinceramente con professionalità dagli addetti che con competenza ed intelligenza, ci diedero fiducia dicendoci di rivolgersi all’associazione e fare istruire la pratica dicendo di tornare da loro se non veniva accolta, perché avrebbero informato l’Alto commissario governativo, visto che c‘erano protocolli sottoscritti. Ritornammo dall’associazione e ci risposero che perdevamo solo tempo. In Prefettura, per nostra scelta, non siamo più ritornati.

CONCLUSIONI Se un ammalato non lo si cura in tempo, purtroppo poi inevitabilmente arriva la fine, solo un miracolo può salvarti. Siamo all’assurdo, non si aiutano le aziende e poi si aiutano gli operai perché hanno la busta paga dai titolari di aziende. Alla fine a pagare siamo tutti, a partire dagli operai che piano piano uno alla volta sono stati licenziati. Siamo ritornati indietro di 25 anni. Vi raccontiamo questa storia perché oggi possiamo alzare la voce, perché rispetto a una fine annunciata, siamo stati miracolati, nel senso che siamo riusciti a vendere dei beni e si può ripartire. Vogliamo dare un consiglio alle piccole e medie imprese che hanno problemi di accesso al credito, di non prendersela con i politici che non funzionano, ma con loro stessi che criticano i politici che hanno votato. Creare consorzi, collaborare, trattare tutti insieme, perchè da soli si combatte con i mulini a vento. Se una banca non vi aiuta, ditelo ai vostri genitori, familiari, parenti, amici, che hanno risparmi in quella banca, di spostarli, perchè come c’è la raccolta ci devono essere gli impieghi nell’ambito del territorio. Svegliatevi, le leggi ci sono ed i fondi pure, si parlava della Banca del Sud, oggi è una realtà chiedetela a voce alta, perchè finchè la gestione sarà come detto prima, le cose non cambieranno mai. Per quale motivo la banca, che è un’impresa, dovrebbe darci quei fondi a tasso agevolato quando li potrebbe gestire diversamente guadagnandoci di più? Quindi, a nostro avviso, solo quando questi fondi saranno gestiti dalla Banca del Sud, cioè una «banca neutrale » si parlerà di realtà di accesso al credito, di ripresa economica e di lavoro per tutti.


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giovedì 26 febbraio 2009

Imprese e pensiero antiquato

Imprese non al passo con la competizione globale, legate unicamente al mercato locale, non sufficiente a garantire crescita e sviluppo. Imprese che non investono in ricerca e che sempre più si identificano con il titolare/imprenditore senza aprirsi all’esterno. E’ questa la fotografia delle aziende meridionali che emerge dal rapporto di Srm e dell' Osservatorio banche-imprese su "Impresa e competitività" nelle regioni del Sud.

La maggior parte delle imprese meridionali rispondono a standard vecchio stile, sia nell’organizzazione interna che nella produzione e negli investimenti. La ricerca e sviluppo e la pianificazione strategica, sono presidiate molto raramente. L’area finanziaria è presente appena del 3,2% delle imprese della Basilicata e nel 3% di quelle calabresi. L’area marketing solo nel 3,9% delle aziende pugliesi e l’area ricerca e sviluppo è praticamente inesistente in Calabria (solo lo 0,3% delle aziende).
Allo stesso modo la propensione ad innovare “risulta piuttosto modesta e, oltretutto, decrescente tra il biennio 2006-2007 e il 2008”. Il rapporto sottolinea in particolare “la diffusione assolutamente modesta delle innovazioni nel campo dell’Ict della maggior parte delle regioni esaminate” e “l'insufficiente a apertura delle imprese meridionali”.

In Calabria e Basilicata meno del 15% delle imprese ha effettuato nel 2008 attività di esportazione. Accanto a questa “moltitudine di realtà produttive completamente tagliate fuori dal circuito degli investimenti” esiste anche un’elite minoritaria di imprese che investe, innova e cresce. Proprio questa fetta più evoluta di aziende rischia però, secondo la vicepresidente di Confidustria per il Mezzogiorno, Cristiana Coppola, di essere la più colpita dalla crisi: “saranno paradossalmente queste aziende a soffrire di più – afferma – perchè più esposte ai rischi e, al contrario della maggioranza delle imprese del Sud, meno legate al settore pubblico. Con questa crisi rischia di andarsene la parte più bella del Mezzogiorno”.

Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno

mercoledì 25 febbraio 2009

Studi di settore e crisi economica

Il 12 febbraio scorso c'è stato l'incontro tra l’Agenzia delle Entrate e le Organizzazioni dell’artigianato, del commercio e dei servizi, finalizzato a ribadire e riconoscere la necessità di garantire, nell’attuale contesto economico, la validità degli studi di settore come strumento di equità e trasparenza fiscale.

Nel corso dell'incontro è stato sottolineato, come previsto dall’articolo 8 del decreto legge n. 185/2008 ed evidenziato nella riunione della Commissione degli esperti del 6 novembre scorso, che la normalità economica fotografata dagli studi di settore costruita su dati del 2006, o precedenti, rappresenta un quadro economico che potrebbe divergere, talora in modo significativo, dai risultati che le imprese stanno conseguendo, a seguito della grave crisi economica e finanziaria.

Preso atto delle esigenze esposte dalle Orgnaizzazioni di categoria, l’Agenzia delle Entrate ha garantito massima attenzione nell'applicazione degli studi di settore sull’anno 2008.

Di seguito i passaggi che caratterizzeranno l’applicazione degli studi sul periodo d’imposta 2008 su cui, l’Agenzia delle Entrate e le Organizzazioni di categoria, hanno convenuto nell’incontro:
1. entro i primi di marzo, dovranno essere acquisiti i dati dalle fonti informative già attivate che consentiranno di intervenire sulla generalità degli studi per tenere conto dell’impatto della crisi in modo mirato e selettivo sia sui settori singolarmente considerati sia sulle diverse aree territoriali;
2. le informazioni che si otterranno attraverso le fonti sopra individuate saranno integrate con i dati che saranno raccolti attraverso appositi questionari, soprattutto con l’apporto delle Associazioni. Questi dati saranno utili per consentire agli interventi sugli studi di essere i più selettivi e corretti possibili;
3. un primo intervento, realizzato, entro fine marzo, sulla base dei dati raccolti consentirà di mettere a disposizione dei contribuenti gli studi integrati con i correttivi necessari per tener conto della crisi e permettere, a chi lo ritenga opportuno, di adeguarsi nella prossima dichiarazione dei redditi. I soggetti congrui, naturalmente ovvero a seguito di adeguamento, che hanno indicato correttamente i dati sul modello, non potranno essere successivamente accertati a mezzo studi di settore;
4. ai fini dell’attività di controllo, ulteriori interventi sul sistema degli studi saranno realizzati entro il 2010, sulla base di una più ampia e precisa disponibilità di dati e delle stesse dichiarazioni acquisite per il 2008;
5. tutte le attività di revisione e aggiornamento saranno effettuate nel rispetto delle normali procedure previste per gli studi di settore e, quindi, dovranno consentire la partecipazione attiva degli esperti delle Organizzazioni di categoria a cui saranno forniti adeguati elementi di valutazione per consentire di poter esprimere un parere in sede di Commissione degli esperti.

Fonte: comunicato stampa di Confartigianato

martedì 24 febbraio 2009

Valori e impegno per reagire alla crisi


Il 16 febbraio il Presidente della Repubblica Giorgio Napoletano ha ricevuto al Quirinale il Comitato di Presidenza di Confartigianato.
Il Presidente di Confartigianato Giorgio Guerrini ha approfittato dell'occasione per ricordare al Capo dello Stato l'importanza dei valori e del ruolo economico e sociale espressi dall'artigianato e dalla piccola impresa "che rappresentano il 95% dell'economia italiana e sono protagonisti di quel made in Italy che il mondo ci invidia", ed ha ribadito l'impegno per "contribuire, da cittadini ed imprenditori, a fare della crisi un'occasione per affrontare le debolezze del nostro sistema Paese, le sue insufficienze ed i suoi problemi".

Il Presidente Guerrini ha espresso la convinzione che "i valori dell'artigianato e della piccola impresa, l'arte del saper fare, il lavoro come impegno e sacrificio, debbano essere riproposti con forza nel Paese, perché, dopo qualche decennio in cui sono prevalsi modelli più aggressivi e speculativi e in cui molti hanno immaginato che si potesse vivere e guadagnare senza lavorare, mai come ora c'è bisogno di chi realmente produce ricchezza e la diffonde nel territorio".

Fonte comunicato stampa di Confartigianato

domenica 22 febbraio 2009

E' tempo di crisi per tutti

Ecco un modo simpatico per sdrammatizzare sulla difficile situazione economica.
A inviare questi mini auguri è l'agenzia belga Lowe.




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sabato 21 febbraio 2009

Il paradosso dei sessi



Da poco uscito in Italia, il saggio della psicologa canadese Susan Pinker ha riacceso un dibattito che sembrava ormai destinato all'oblio. Ne "Il paradosso dei sessi", la Pinker afferma che da un punto di vista di successo, lavoro, carriera e denaro, la diversità tra i sessi deriverebbe da un ormone, l'ossitocina, "che compare durante l'allattamento e il parto, il sesso e gli abbracci e quando si accudiscono i piccoli". Un ormone che spingerebbe la donna a scegliere strade di vita e di realizzazione sociale che magari le rendono più felici, tenendole fuori dalla stanza dei bottoni.
Tutto è scaturito da una semplice domanda: "se il successo nel lavoro rispecchiasse quello scolastico, le donne oggi governerebbero il mondo, perché allora quasi sempre avviene il contrario?".

Sta di fatto che, per ora, in Italia le donne guadagnano, a parità di professioni, in media il 9% in meno degli uomini e l'occupazione femminile si ferma al 46,6% contro il 70,7% di quella maschile.

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giovedì 19 febbraio 2009

Marcegaglia corvo?


Alle pesanti accuse lanciate dal ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, contro l'associazione degli industriali, la numero uno di Confindustria, Emma Marcegaglia, ha così replicato: "Non penso di essere un corvo ma anzi una delle poche che ancora crede che a fine 2009 si possa vedere un po' di miglioramento in questo Paese" .... "Le nostre previsioni sono assolutamente in linea con quelle di altri istituti internazionali. Qui non si tratta di diffondere pessimismo, ma di fare le previsioni in base a come sono i dati attuali".


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martedì 17 febbraio 2009

12,5 miliardi l'anno, il prezzo della crisi del credito

L’allarme viene dal Presidente di Confartigianato Giorgio Guerrini il quale ha segnalato in una lettera al Presidente del Consiglio il peggioramento delle condizioni di accesso ai finanziamenti bancari da parte delle piccole imprese.

Ad aggravare la situazione di accesso al credito non è solo il costo del denaro ma anche le condizioni per ottenerlo: richieste ingiustificate di rientro anticipato degli affidamenti, aumento dello spread sui tassi di interesse, richieste di maggiori garanzie, allungamento dei tempi delle procedure burocratiche contribuiscono a rendere la situazione ancora più difficile.
Secondo Guerrini “L’atteggiamento delle banche appare tanto più ingiustificato se si considera che a ottobre 2008, nel pieno della crisi, il rapporto sofferenze nette/impieghi totali era addirittura diminuito a 1,08% rispetto al valore di 1,17% rilevato a luglio 2007, prima dello scoppio della crisi dei mutui subprime”.
Dinanzi al dato che le maggiori difficoltà per gli imprenditori si registrano con gli istituti di grandi dimensioni, Guerrini aggiunge “Ciò dimostra che i processi di acquisizione e fusione del sistema bancario non hanno creato condizioni di maggiore convenienza per la clientela. Per le piccole imprese l’accesso al credito rimane più facile con le banche più piccole e radicate nel territorio, in particolare le banche popolari e gli istituti di credito cooperativo, che infatti erogano il 43,8% del totale dei prestiti bancari alle micro e piccole imprese con meno di 20 addetti”.
Infine sottolinea che “Il nostro sistema economico rischia di crollare non perché alle imprese sia venuta meno la voglia di rischiare, ma per la crisi di liquidità. I nostri imprenditori non hanno perso la voglia di investire e di reagire alla congiuntura negativa. Ma questa loro propensione viene bloccata da un atteggiamento non altrettanto coraggioso da parte degli istituti bancari”.

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venerdì 13 febbraio 2009

Stato cattivo pagatore

Di seguito un comunicato diramato dall'ufficio stampa di Confartigianato.

Roma, 13 febbraio 2009

20.000 imprese ‘vittime’ dei ritardi di pagamento dello Stato aspettano da anni il saldo delle agevolazioni previste dalla legge 488/92.
Un iter burocratico lungo e tortuoso ha bloccato l’erogazione dell’ultima tranche delle risorse già assegnate alle aziende per finanziare, in base appunto alla legge 488/92, programmi di investimento, come l’acquisto di macchinari e la costruzione di immobili, per ampliare e ammodernare l’impresa.
Il Presidente di Confartigianato Giorgio Guerrini si è rivolto al Ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola per denunciare l’ennesimo caso di ritardo dei pagamenti da parte dello Stato nei confronti degli imprenditori.
In pratica, gli imprenditori che hanno completato e collaudato le opere per le quali avevano richiesto i fondi previsti dalla legge n. 488/92, attendono ormai da anni, nei casi più gravi oltre quattro, l’erogazione dell’ultima rata dei contributi.
La soluzione del problema appare molto lontana. Infatti, oltre a mancare le regole che accertino il completamento degli investimenti dando il via libera ai fondi, c’è anche da considerare che la Legge Finanziaria 2008 ha ulteriormente complicato le cose ridefinendo i termini e l’applicazione della cosiddetta “perenzione amministrativa”, vale a dire la decadenza dei residui di spesa in conto capitale, abbassata da sette a tre anni.
“Nell’attuale situazione di congiuntura negativa – sottolinea Guerrini – la chiusura delle pratiche con l’erogazione del saldo di un contributo per cui sono stati sostenuti e conclusi da anni i relativi investimenti, costituirebbe, per le imprese beneficiarie, la certezza di risorse utili a fronteggiare contingenti crisi di liquidità”.
Il Presidente di Confartigianato auspica pertanto che il Ministero dello Sviluppo Economico adotti “ogni utile provvedimento per velocizzare la definizione istruttoria delle situazioni tuttora pendenti e, ai fini della semplificazione del processo, consentire alle imprese di autocertificare la fine dei lavori”. Secondo Guerrini “ciò metterebbe sulla giusta strada per assicurare finalmente e tempestivamente alle imprese che ne hanno titolo il riconoscimento dei loro diritti”.



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martedì 20 gennaio 2009

Ordinativi e fatturato in calo




L'Istat ha comunicato i dati di novembre relativi agli ordinativi e al fatturato dell'industria italiana. Entrambi sono caratterizzati da cali tendenziali paragonabili a quelli del lontano gennaio 1991.


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venerdì 16 gennaio 2009

Il saper fare, una risposta alla crisi



Riporto integralmente il comunicato relativo alla presentazione del libro "l'uomo artigiano" di Richard Sennett.
Buona lettura

L'artigianato, nella sua accezione più autentica di ‘arte di saper fare’ e di ‘saper fare con arte’, riafferma la sua straordinaria attualità nel volume del sociologo statunitense Richard Sennett ‘L’uomo artigiano’ fresco di stampa per i tipi di Feltrinelli.
Il libro è stato presentato il 13 gennaio a Milano, presso la Fondazione Feltrinelli. All’iniziativa promossa dalla casa editrice sono intervenuti l’autore, il Presidente di Confartigianato Giorgio Guerrini, il Prof. Guido Martinotti, docente di Sociologia urbana all’Università di Milano Bicocca.
E’ stato lo stesso Sennett, professore di Sociologia alla New York University e alla London School of Economics, a spiegare l’importanza che oggi, nella fase di crisi dell’economia mondiale, assumono le caratteristiche dell’uomo artigiano: saper fare bene le cose per il proprio piacere. Una regola di vita semplice e rigorosa che ha consentito lo sviluppo di tecniche raffinatissime e la nascita della conoscenza scientifica moderna. ‘L'uomo artigiano’ è la riscoperta della fondamentale pulsione umana all’’arte di saper fare’ e al ‘saper fare con arte’, antidoto all’erosione di ogni eccellenza.
Il libro di Sennett offre numerosi spunti di lettura: è un saggio erudito e, unico nel panorama editoriale a livello internazionale, ricchissimo di spunti e di approfondimenti che, tra presente e passato, toccano gli aspetti storici, filosofici, sociologici e antropologici dell’essere artigiano.
Durante la presentazione del volume, il Prof. Sennett ha ammesso che il titolo suggerisce soprattutto una dimensione manuale del lavoro. “Ma – ha spiegato - non è la lettura corretta e non è ciò a cui tengo di più. Il mio obiettivo è stato piuttosto mettere in evidenza ciò che c’è dietro al lavoro artigiano, ovvero la passione e la cura per quel che si fa. E ciò non cambia se si è operai, impiegati, programmatori di software, medici o addirittura genitori e artisti”.
In numerose pagine del volume, Sennett evoca Efesto, il dio greco brutto e storpio che è orgoglioso del proprio mestiere di fabbro e ha una dedizione assoluta per quel che fa (“Efesto è la persona più dignitosa che possiamo diventare” scrive come ultima riga del libro). Tutto il contrario di quello che la globalizzazione impone oggi ai lavoratori: disponibilità a cambiare, attività in ogni momento a scapito della sicurezza esistenziale ma anche della qualità del lavoro. È questo il cuore del messaggio del sociologo statunitense: “se efficienza e velocità diventano il metro per giudicare il lavoro, se la mobilità e il multitasking vincono, allora la maestria di chi lavora va a farsi benedire. E a perdere siamo tutti”.
‘L’uomo artigiano’ è anche un viaggio nel tempo e nello spazio in cui si sono manifestate le forme più preziose di artigianato: a cominciare dall’Italia, (“paese artigiano per eccellenza”, lo ha definito Sennett che nutre per l’Italia una grande passione) e dalle antiche botteghe dove si formavano i Raffaello e i Benvenuto Cellini o venivano levigati e assemblati in aurea misura gli Stradivari che ancora ci incantano. Fino ad arrivare ai moderni laboratori dove si mette a punto il sistema Linux. Tutto per scoprire - attraverso ciò che la scienza ci insegna e la società ci chiede - come funziona la sinergia mente-mano-desiderio-ragione, che ha fatto grande il mondo occidentale e forse può oggi restituirgli saggezza e opportunità per un nuovo modello di sviluppo.

Sennett, malgrado veda gli effetti negativi della globalizzazione, non ha nostalgia per un passato fatto di sano lavoro manuale contrapposto all’organizzazione attuale che penalizza la qualità. «Da cosa dipende che un lavoro sia un buon lavoro? La scoperta che ho fatto scrivendo il libro è che esiste una connessione tra il modo in cui i lavoratori moderni concepiscono un buon lavoro e le abilità di tipo più tradizionale». E questo legame, nota Sennett, ha anche effetti etici e civili fondamentali: è l’Illuminismo e la sua eredità.
Non ci sarà nostalgia, ma di sicuro si sente una certa dose di scetticismo nelle parole di Richard Sennett. Ma allora non si può fare nulla per invertire la tendenza, planetaria, che allontana le persone dal loro lavoro, che le fa disamorare? “Penso – ha detto Sennett - che qualcosa si possa fare, ma le aziende devono puntare sulle persone. Negli ultimi quindici anni soprattutto in Gran Bretagna, Stati Uniti e Cina si è investito pochissimo per sviluppare le qualità dei dipendenti. Ci sono eccezioni, pure negli Usa, che rappresentano il punto più estremo di questa tendenza, ma appunto, rimangono eccezioni. Investire sulle persone costa molti soldi”. C’è chi lo fa in Germania o in Giappone dove persino in un regime di flessibilità continuano a sviluppare le capacità professionali dei loro impiegati. E Sennett ricorda il caso ormai di scuola della Toyota in cui soddisfazione dei dipendenti e produttività viaggiano parallele. Tuttavia, la craftsmanship, misto magico di know how e know that, oggi si trova molto di più in India che in Occidente e “per questo le aziende americane come Microsoft o Google non aspettano altro che il mercato del lavoro americano si apra ai lavoratori specializzati provenienti da Oriente”.
Nel suo intervento durante la presentazione del libro, il Presidente di Confartigianato Guerrini ha ringraziato il Professor Sennett “perché – ha detto - con ‘L’uomo artigiano’ ha analizzato con grande efficacia un tema troppo spesso sottovalutato, considerato fuori moda, e che, invece, oggi assume una straordinaria attualità”.
“Il volume - ha sottolineato Guerrini - descrive un modo di produrre. Ma, soprattutto, ci parla di un modo di essere. Al punto che il titolo sarebbe dovuto essere ‘L’uomo è artigiano’, prorpio perché gli elementi costitutivi dell’Uomo Artigiano sono in tutti noi: sono il desiderio di produrre un lavoro ben fatto e sono le abilità necessarie al ‘ben fare’. Queste caratteristiche appartengono non soltanto agli imprenditori artigiani ma anche a tutti coloro che amano il proprio lavoro, che lo svolgono con passione, che ogni giorno si impegnano per conseguire un risultato utile a se stessi e agli altri, alla comunità di cui fanno parte”.
Secondo Guerrini “questi valori, la riscoperta dell’’essere artigiani’, rappresentano una ‘ricettta’ per reagire alla crisi che attraversa l’economia a livello mondiale. In questa fase di difficoltà, in cui paghiamo duramente gli effetti delle bolle speculative, dell’economia di carta’, di una finanza frenetica e troppo disinvolta, dobbiamo tornare agli elementi costitutivi dell’uomo artigiano, dobbiamo tornare all’economia reale. Dobbiamo ritrovare il ritmo, il gusto, l’orgoglio, la fatica, la soddisfazione di costruire cose ben fatte. Serve un’iniezione di valori artigiani nel mondo del lavoro. In questo senso, l’Italia - paese di antica e preziosa tradizione artigiana - può dare una grande lezione”. Guerrini ha tuttavia messo in guardia dal “rischio di considerare l’artigianato secondo la vecchia ed oleografica concezione del lavoro faticoso e manuale. Vale a dire proprio quell’immagine distorta che ha finito per allontanare i giovani dalle aziende artigiane. Anche grazie alle analisi di Sennett, l’artigianato ritrova invece una corretta identità nell’integrazione tra mente e mano, tra conoscenza teorica e abilità manuale: un mix che garantisce la qualità del prodotto e del servizio”.
“I valori dell’’essere artigiani’ – ha aggiunto il Presidente di Confartigianato - sono espressi dai nostri imprenditori campioni del ‘saper fare’, interpreti eccellenti dei valori della tradizione produttiva italiana, dell’unicità, del ‘fatto a mano’, del ‘su misura’, del ‘fuori serie’. Ma appartengono anche a tutti coloro che non si limitano a ‘timbrare il cartellino’. A tutti coloro i quali, qualunque attività svolgano, a qualsiasi classe sociale appartengano, si impegnano per svolgere bene il proprio lavoro, consapevoli ed orgogliosi del risultato, anche etico, che esso produce per loro stessi e per gli altri. Possono sembrare concetti banali. Non lo sono affatto se consideriamo che proprio questi valori sono alla base dello sviluppo economico e sociale del nostro Paese, sono proprio questi elementi qualificanti del ‘codice genetico artigiano’ i punti di forza del cosidetto made in Italy. Il libro del Professor Sennett ha il grande merito di aver descritto questo nostro prezioso patrimonio”.
“Il suo libro - ha detto Guerrini al Professor Sennett - dovrebbe entrare nelle aule scolastiche per insegnare ai nostri figli che c’è un futuro di lavoro gratificante, che sulle proprie abilità, competenze, passioni si può costruire un avvenire. Che non bisogna rassegnarsi ad una esistenza da precario o da centralinista in un call center. Ma credo che il suo libro dovrebbe essere letto anche da chi ha la responsabilità di guidare il Paese affinché, nelle scelte per reagire alla crisi, possa essere compreso e valorizzato quell’”essere artigiani” che gli individui esprimono nel proprio lavoro”.


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giovedì 8 gennaio 2009

La crisi e le voci di corridoio

Condivido quello che scrive la sig.ra Enrica Orecchia sul suo blog circa le "voci di corridioio" generate dall'attuale crisi e le necessarie contromisure da adottare per evitare che il panico provocato dalla sfiducia danneggi l'immagine aziendale attraverso un processo "virale".

Queste alcune delle contromisure indicate dalla sig.ra Orecchia:

Ammettere l’esistenza di voci di corridoio, negarle sarebbe controproducente.

Evitare atteggiamenti aggressivi con minacce di gravi provvedimenti contro chi ha messo in giro notizie non veritiere.

Spiegare quanto c’è di vero e correggere tutte le informazioni errate fornendo la versione corretta dei fatti (che non è la versione ufficiale ma la verità).

Fornire aggiornamenti periodici e non troppo distanziati nel tempo, in modo da soffocare sul nascere il proliferare di informazioni non vere.

Chiedere la collaborazione dei dipendenti nell’arginare le voci di corridoio. Sentendosi partecipi e apprezzati, saranno i primi a diffondere solo informazioni veritiere smentendo le informazioni false.

Se ci sono informazioni che devono restare riservate, comunicarlo onestamente.

Tenere presente che la strategia migliore è sempre la prevenzione, e che le voci di corridoio circolano più difficilmente nelle aziende in cui la comunicazione interna scorre fluida.